15 febbraio - 19 marzo 2011
Nicola Martini, ∑
a cura di Marco Tagliafierro


Il progetto nasce da una riflessione che trova il suo centro nella ponderazione della materia che si insinua nella materia stessa. Un progetto di mostra personale che Nicola Martini, Firenze 1984, ha voluto intitolare Σ, ovvero sigma (dal gr., trasl. lat. sigma), diciottesima lettera dell’alfabeto greco, chiamata in causa come simbolo significante diversi concetti in altrettanti contesti, e per questo scelta dall'artista per la possibilità che porta in sé di aprirsi a molteplici significati. In matematica, accompagnato da indici, il simbolo Σ indica una sommatoria o una serie; in geometria Σ è spesso usato per indicare una superficie, in fisica, la lettera maiuscola Σ indica tre particelle del gruppo degli iperoni. Una costante nella speculazione intellettuale che Nicola Martini traduce in azione concreta sulla materia, un’azione volta ad isolarla nei suoi movimenti interni ed esterni. Un tentativo, considerato dallo stesso artista come impossibile, di isolare la materia nella materia, dai suoi movimenti. Una sorta di paradosso. Non si tratta di un’operazione titanica, non c’è niente di romantico in questo, almeno non negli intenti dell’artista. Piuttosto potremmo definirla una sorta di rituale. Va puntualizzato che l'artista non lavora sulla sottrazione di materia quanto piuttosto sulla ricollocazione della stessa. Una ricollocazione nello spazio che è esso stesso considerato come “materia viva”.

L'artista è solito affermare: “Il lavoro prende il sopravvento, vince sempre lui. La materia non si accontenta dello spazio che le è dedicato anche se io mi ostino a metterla a confronto con dei limiti”. E ancora: “Lo spazio dato è densissimo, è talmente saturo che non si può concludere nella planimetria di una galleria”. “Non credo che possano esistere materiali inerti. Ovviamente nemmeno quelli che costituiscono le architetture”. Se per convenzione siamo abituati a considerarli tali, cioè inerti, ecco che Martini opera per spostare il gap dell’intervallo sensoriale. O meglio se noi non possiamo ampliare i nostri sensi, noi abbiamo, comunque, una certa possibilità di riconoscere le nostre percezioni, diciamo in un range tra x ed y. Ciò che Nicola Martini tenta di compiere, ed è ben conscio che si tratta di un tentativo, dicevamo quello che tenta di fare è di spostare questo “range”. All'artista non interessa fondare il suo lavoro su presupposti scientifici, gli interessa, però, investigare la materia, intendendo questa esperienza come una scoperta continua. Se il processo creativo implica una fase di perdita di coscienza, è anche vero che ad essa deve subentrare una riorganizzazione teorica di quello che l’artista ha prodotto in quella fase. Poi la speculazione dell’artista viene applicata alla materia. Se lo spazio è composto da diversi layer, Martini intende operare tra gli interstizi che si aprono tra questi. All’interno di un’architettura sarà la materia stessa che Martini vi introdurrà, a sollecitare, a far reagire, a far risuonare, vibrare, quegli elementi considerati per convenzione inerti. Nicola Martini lavora su un confronto diretto tra materiali. Quindi va ad agire direttamente sulle forze presenti all’interno della materia, anche semplicemente giustapponendo dei materiali. Citando direttamente l'artista, a proposito di questa mostra si può aggiungere che: "Lo spazio si presenta e viene inteso come una cassa toracica pulsante, molle ed elastica allo stesso tempo, per dimensioni e costituzione materica, un acusmonium naturale messo in vibrazione"."Impulsi sonici interverranno sulla superficie esterna di queste materie in termini di microscopici e macroscopici accadimenti, creazione di livelli e sottolivelli".

Articolo di Vincenzo Di Rosa su Flash Art (2020)
Intervista di Florence Derieux su Flash Art (2015)

Nicola Martini è nato nel 1984 a Firenze. Tra le mostre personali si segnala Burial deep in surfaces, Brown Space, Milano, 2009-2010; tra le partecipazioni a mostre collettive Happy Birthday, Peep Hole, Milano, 2010; Argonauti, a cura di Andrea Bruciati, Verona 2010; In full bloom, a cura di Antonio Grulli, Galleria Cortese, Milano, 2010; Festa Mobile, a cura di Antonio Grulli e Davide Ferri, Bologna, 2010; Zero Budget Biennal, a cura di Chris Sharp e Johanna Fiducia; performance program a cura di Antonio Grulli (in collaborazione con Attila Faravelli), Milano, 2010; Amare le persone destinate alle tue cose, Ex Arsenale Cavalli, a cura di Christian Frosi e Diego Perrone, presentata in occasione di Art at Work, Torino, 2009. Tra i progetti si segnala Laboratorio (con Luigi Presicce, Andrea Kvas, Jacopo Menzani, Vittorio Cavallini, Attila Faravelli), Brown Project Space, Milano, 2010-2011.

Con il contributo di LECA Laterlite e di Gemmo Spa.

, 2010
installazione site specific, cemento, argilla espansa, fibra di polipropilene, ferro zincato, acciaio, lattice naturale, gomma siliconica, colofonia, generatore di funzioni, generatore di rumore, altoparlanti modificati, microfoni a contatto, amplificatori, batterie al piombo, cavi elettrici.

Veduta dell'allestimento.
Foto di Jacopo Menzano

Veduta dell'allestimento.
Foto di Jacopo Menzano

Veduta dell'allestimento.
Foto di Jacopo Menzano

Veduta dell'allestimento.
Foto di Jacopo Menzano

Veduta dell'allestimento.
Foto di Jacopo Menzano

Marco Tagliafierro: Sei interessato alla Musica Concreta? Che quota di imprevedibilità permane in questo tipo di sonorità?
Nicola Martini: La Musica Concreta (penso a Pierre Schaeffer) è un tipo di ricerca musicale che ha dato l'abbrivio alla musica industriale, mi interessa come riferimento anche se io utilizzo dei segnali, degli impulsi provenienti da un generatore di rumore. Utilizzo una macchina analogica che lavora random, il rumore che produce ha per me un aspetto funzionale, considerando il suono come massa, lo utilizzo come punto di partenza per fare in modo che l'architettura entri in risonanza; lo utilizzo come un attrezzo per lavorare, non è un accessorio ma è un fondamentale. Lavorando con questo tipo di impulsi l'imprevedibilità è anch'essa fondante, per far sì che le masse poste in vibrazione e in risonanza lavorino assumendosi la stessa imprevedibilità e rispondendone di conseguenza, considerando che questo tipo di imprevedibilità è costante, in termini acustici.

MT: Perchè non è la materia stessa, di cui è costituita la tua installazione, a produrre un suono?
NM: La parte acustica del lavoro agisce come innesco per portare in risonanza la struttura dello spazio, è massa in movimento. Ha bisogno di un innesco per partire e continuare ad autoalimentarsi, non è accessorio ma sorgente, punto di inizio del processo, è in qualche modo strumento di lavoro.

MT: Quali sono le condizioni per le quali lo spettatore entra in sincronia con il tuo lavoro?
NM: Il mio lavoro sfrutta anche il fruitore, nel senso che è impossibile che resti inerte, non in termini concettuali ma fisici; questo, ad esempio, recependo le risonanze e le vibrazioni e respirando le sublimazioni del ciclododecano. La massa liberata come conseguenza del processo che innesco, interagisce con le masse corporee attraverso la trasmigrazione e la compenetrazione di materia. Comunque mi interessa contribuire ad acuire la consapevolezza di ciò che avverrebbe, nell'ambito di uno spazio dato, anche non in presenza del mio lavoro.

MT: Tendi alla realizzazione di un'opera che coinvolga diverse dimensioni spazio-temporali?
NM: Credo che sia impossibile non farlo, è una questione di consapevolezza.

MT: Sei solito affermare che un flusso di energia è in realtà un flusso di materia, lo dimostri attraverso il tuo lavoro?
NM: È il lavoro che lo dimostra. Mi considero un operaio al servizio del lavoro, è il lavoro ad avere la precedenza sul resto, è davanti a me; vive una vita propria. Io sono solo un innesco.

MT: Credi in una verità poetica?
NM: La verità esiste, per me, solo nel momento della realizzazione del lavoro, quando la parte mentale e quella fisica di colui che lavora, in questo caso io, sono in un perfetto equilibrio, come in un rituale dai molteplici aspetti e facce. Questa è l'unica verità che perseguo.

Veduta dell'allestimento.
Foto di Jacopo Menzano

Veduta dell'allestimento.
Foto di Jacopo Menzano

Veduta dell'allestimento.
Foto di Jacopo Menzano