5 maggio 1992
Gianluca Codeghini, Conservare fuori dalla portata

L’ingresso dei percorso, costituito dalle due sale dello spazio.
Foto di Davide Bonasia


Conservare fuori dalla portata, performance, durata 3 ore.

Due stanze, la prima più piccola, asettica, la seconda quattro volte più ampia, un loft in decadimento senza intonaco, entrambe oscurate.
Il buio della prima stanza è attraversato da un fascio di luce che crea sul muro un oblò di luce talmente intensa che al posto di svelare nega all’occhio la percezione della scritta in essa contenuta.
Sempre nella stessa stanza troviamo appesi, ai lati della soglia con il secondo spazio, in ordine geometrico 50+50 lampade da indossare sul capo, molto simili a quelle dei minatori, con una fascia elastica e una torcia a batteria. Cingiamo il capo con la lampada e oltrepassiamo la soglia, apparentemente la stanza sembra vuota, però ci sono altri spettatori intenti a cercare qualcosa che non c’è.
La cecità, la voltità e la vuotezza si moltiplicano negli sguardi che si cercano, perché anche il volto sparisce nella luce contro luce di chi si ha di fronte. Stiamo al gioco, guardiamoci, tocchiamoci, parliamoci, ma senza vederci.
Ma non è finita questa storia perché in un angolino della stanza, ad altezza d’orecchio, una piccola cassa sussurra a tempo di rap una fiabadel c’era una volta... tante fiabe destrutturate e ricomposte a formare uuna nuova fiaba dove il ruolo sociale, pricipe, strega e altri sono censurati da un bip quello che resta è un racconto di personaggi buoni e cattivi.

Particolare della scritta a muro.
Foto di Davide Bonasia

Two rooms, the first one smaller, aseptic, the second one four times bigger, a decaying loft without plaster, both rooms darkened. 
The darkness of the first room is thwarted by a light beam that draws on the wall a deadlight so intense that it hides, instead of revealing, the perception of the writing on it. 
In the same room we find, hanging on the threshold to the second room, displayed in geometrical order, 50+50 lamps to wear on the head, very similar to those used by miners, with a rubber band and a battery torch. We gird our head with the lamp and we cross the threshold, the room looks empty, but there are other wiewers looking for something that is not there. 
The blindness, the faceness, the emptiness multiply themselves in glances looking for glances, because even the face disappears in the light against light of who is in front of us. Let’s play, let’s look at each other, touch each other, talk to each other, but without seeing each other. But this story is not finished yet, because in a corner of the room, at eye level, at ear level, a small box whispers rap time a tale of once upon of time...

Veduta della prima sala, con la scritta a destra e in fondo l’ingresso alla seconda sala.
Foto di Davide Bonasia

Gianluca Codeghini con gli elmetti luminosi da indossare appesi all’ingresso.
Foto di Davide Bonasia

Gli elmetti luminosi.
Foto di Davide Bonasia

Veduta della performance con l’interazione luminosa del pubblico

Gianluca Codeghini con Patrizia Brusarosco