Intercultura - 7 Sankara

Un ottobre Patty partecipò a una ricorrenza: era l’anniversario di Thomas Sankara e non poteva mancare una festa, nella tradizione della comunità senegalese a Milano. 

Aankara In realtà era del Burkina Faso, ed era stato ucciso ancora nel 1987, ma era ancora un mito per tanti africani, non solo dell’Africa Subsahariana. Il Che Guevara africano era stato un leader carismatico per i primi anni ‘80 fino a diventare Presidente, e si era impegnato in politiche di stampo socialista su temi tra l’altro molto attuali, come la lotta alla desertificazione piuttosto che la costruzione di scuole. Quando Patty varcò la porta dello spazio rinnovato, quel giorno, Sankara stava parlando, sottotitolato a pieno schermo, in bianco e nero. Era all’organizzazione dell’unità africana, ed era un video famoso. Patty cercò di sintonizzarsi al francese e subito dovette rinunciare, ma i sottotitoli erano chiarissimi: stava dichiarando il suo rifiuto a restituire il debito estero di epoca coloniale, sollecitando gli altri Stati africani a seguirlo, incolpando il  debito del mancato sviluppo dei paesi africani. Patty si sentì punta sul vivo, e manifestò subito la sua indignazione: i debiti si pagavano, nella sua cultura; per quanto quella di Sankara fosse una rivendicazione piuttosto comprensibile e approvabile nella sua complessità, Patty non capiva perché farne ora motivo di orgoglio, perché sbandierare quel principio in una situazione così fuori contesto. In fondo quell’Associazione era vissuta finora giocoforza sul debito /altro non e“ possibile per un nonprofit della cultura in Italia/ e di lì a venire avrebbe ancora assai incrementato questa politica “aziendale”. Thomas Sankara era morto, sparato, in circostanze assai misteriose, ufficialmente a mano del suo principale amico e vice Blasi Compaorè, che sarebbe diventato presidente del Burkina Faso per i prossimi 30 anni, di fatto rinnegando tutte le battaglie che aveva portato avanti con Sankara. Costui era diventato un martire, la vittima dell’Occidente imperialista; come sarebbero andate le cose se non si fosse svolta l’ennesima lotta per il potere africana? Era ancora motivata questa pretesa di non ripagare i debiti? L’indebitamento mina la crescita di economie fragilissime. Eppure il debito estero è stato contratto da molti paesi africani soprattutto a partire dal 2008, 20 anni dopo la morte di Sankara e 40 anni dopo la fine del colonialismo. Dal 2008 al 2016 il debito è quadruplicato. Nel 2005 erano già stati cancellati decine di miliardi di dollari di debito nell’Africa Subsahariana. Nonostante ciò, i flussi finanziari in uscita dell’Africa sono sempre più grandi di quelli in entrata, e anche per molte attività illecite. Meccanismi ereditati dal passato e spesso conniventi con le elite del continente. A Patty sembrava una storia complicatissima, fraintendibile se semplificata nelle dichiarazioni di un leader socialista senza un contraddittorio informato. Soprattutto a Patty sembrava disdicevole che ad appellarsi a tale pretesa fosse proprio un’Associazione che era costretta a vivere sul debito. 

L’anno dopo si ripresentò l’occasione di festeggiare Sankara, e come ohni anno Alio Diop si dava molto da fare nell’organizzazione. Questa volta l’imputato al tavolo fu il franco CFA cioè quella moneta unica delle colonie francesi in Africa istituito nel 1945, oggi acronimo di comunità finanziaria africana, che dovrebbe promuovere l’integrazione economica. Nella sala stracolma di persone africane, l’opinione comune era assolutamente contraria al CFA, e si sosteneva che non era altro che un modo per arricchire la Francia che se ne faceva garante. Gli interventi erano serrati, in italiano più o meno chiaro, abbastanza generici e soprattutto molto arrabbiati. Il tavolo dei relatori sembrava più composto e soprattutto il docente italiano che era stato invitato a parlare, un economista riconosciuto ed autore di un libro sull’argomento, aveva un’opinione tutt’altro che semplicistica a proposito. Bastava poco per capire che la situazione era complessa: come fare ad affrontare il rischio dell’uscita dalla moneta unica e dell’inflazione in paesi economicamente e strutturalmente così deboli? Eppure, sembrava che le sue parole cadessero nel vuoto: la platea di persone abbastanza informate ma molto semplici, poco istruite, non era in grado di cogliere le sfumature che arrivavano dal palco, e persisteva in appunti banali e qualunquisti: bisognava assolutamente lasciare la moneta degli imperialisti.

Nel filmato il discorso di Thomas Sankara all'ONU, il 4 ottobre 1984


Ora è il momento dei cinesi. Vedremo se le cose cambieranno, vista la fiducia che gli africani sembrano riporre nelle maniere cinesi. Gli investimenti asiatici sono assai ingenti. Stanno comprando terra, soprattutto. Costruiscono infrastrutture, come strade, porti e dighe, con loro manovalanza. Entrano con investimenti enormi. Solo affari pragmatici, niente politica. In realtà è sempre responsabilità del famoso debito. Dal 2010 la Cina ha prestato 143.000 miliardi di dollari alle nazioni africane, impegnati per lo sviluppo di progetti commerciali. Una colonizzazione finanziaria. Solo l’1,6% è stato dedicato a istruzione e sanità, alimentare e umanitario. Gli investimenti cinesi sono andati a costruire un grande polo di approvvigionamento commerciale, materia prima fondamentale è il petrolio. Così ora i paesi dell’Africa Subsahariana sono di nuovo in difficoltà di indebitamento. Da qui a perdere di nuovo l’indipendenza è un passo. Le conseguenze dell’inadempienza del prestito sono le acquisizioni da parte del governo cinese di società elettriche, porti, pozzi petroliferi, emittente radio televisive, aeroporti, terre. La diplomazia della trappola del debito. Non ingerenza nelle questioni politiche interne, però la Cina come garanzia per i prestiti si accaparra le risorse con una strategia finanziaria che può essere equiparata a quella del fondo monetario internazionale. Tuttavia l’FMI con le sue prescrizioni interveniva sulle politiche di spesa pubblica dei paesi africani, di rimando anche sulle frequenti occasioni di instabilità politica. Ormai l’FMI non concede più facilmente prestiti in denaro ai paesi africani, se non a strettissime condizioni. Il Club di Parigi ha ridotto i propri finanziamenti. La banca cinese che si occupa di import-export invece li incrementa a dismisura, soprattutto in progetti infrastrutturali. È indispensabile che l’Africa affronti con intelligenza la spesa pubblica e l’allocazione delle risorse, stabilisca le priorità’, le aree di intervento. Sembra però che non esista in questi Paesi la cultura della spesa pubblica, anche nella ridottissima fascia elitaria della popolazione. Non c’è proprio la cultura del bilancio, né pubblico nè privato.

 

Patty provò in quella occasione un sentimento misto di pena e di rabbia. C’era poco da fare, anche in quell’occasione si sentiva un pesce fuor d’acqua, e quell’acqua non le piaceva, le sembrava pericolosa. Quelle persone sentivano l’esigenza di prendere posizione, di manifestare un’idea, anche se non potevano avere gli strumenti per capire, come del resto nemmeno Patty, sebbene in passato avesse ottenuto una laurea in economia. Perché allora si accaloravano dietro a uno slogan? Patty faceva fatica a immaginare una situazione simile con un pubblico bianco: la presenza in quella sala era quasi totalmente nera, soprattutto uomini, ed il vocio e i sorrisi, i saluti con una battuta forte di mano, erano innegabilmente quelli di una comunità straniera che pur trovandosi in Italia, pur parlando in italiano, era ancora come se si trovasse al suo Paese. Erano accalorati come se qualcosa fosse loro portato via, e ritenevano imminente la necessità di lasciare il CFA. La comunità nera si è guadagnata la fama di rappresentare una mentalità improduttiva e assistenzialista. Ora questo è certamente un luogo comune, e nella esperienza di Patty, quella comunità nera dell’Associazione si sarebbe rivelata la più infaticabile e devota al lavoro. Tuttavia questa caratteristica strideva con le pretese che ora sentiva accampare. Nel modo in cui si ponevano, c’era un aspetto di rivendicazione che le sembrava inopportuno, almeno nel loro caso di africani integrati in una comunità artistica e sostenuti da privati cittadini e dalla Pubblica Amministrazione. In fondo a qualsiasi loro azione, c’era sempre la questione coloniale. Non importa che il debito sia cresciuto del 20% negli ultimi cinque anni, che il 30% di esso sia detenuto da Paesi che non fanno parte del club di Parigi. Non importa che la massiccia invasione di finanziamenti dalla Cina sia un ulteriore minaccia alla sostenibilità del debito africano, se tali progetti finanziati non dovessero generare introiti sufficienti. Al summit di Lisbona del 2007, un funzionario africano ha affermato: i cinesi ci ascoltano, propongono ma ci lasciano decidere, gli europei invece vogliono solo imporre”. Per quel consesso di africani intervenuti al meeting Sankarese, i cinesi erano i buoni, poiché investivano, i francesi erano i vecchi capitalisti neocolonialisti, pronti ad assoggettare politicamente il continente tramite la moneta. Non c’era nessuna consapevolezza delle proprie responsabilità, nessuna presa di distanza dai sistemi corrotti di tanti Paesi africani e nessuna coscienza della necessità di rendere più trasparente ed efficiente la gestione del debito. L’osservatorio dei diritti umani conclude le sue analisi dichiarando la necessità di migliorare la condizione delle informazioni tra debitore e creditore, per tentare di contenere la crisi debitoria costitutiva dei paesi africani, eppure nessuno degli africani di quella comunità avrebbe mai ammesso una simile conclusione, nessuno avrebbe mai praticato in proprio tale sano principio.

Aliou Diop, curatore delle edizioni di Sankara



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