maggio - luglio 2012
VIR Viafarini-in-residence, Open Studio
a cura di Simone Frangi

Vaclav Litvan, veduta dell'installazione


Niccolò Morgan Gandolfi, Vaclav Litvan (artista in residenza grazie a scambio con FUTURA Center, Praga), Maria Pecchioli, Measuring. Permanent Research Program on Inobjectivity (artisti: Alessandro Di Pietro, Pietro Spoto).

VIR Viafarini-in-residence è sviluppato in collaborazione con il Ministero per i beni e le attività culturali, Direzione generale per il paesaggio, le belle arti, l'architettura e l'arte contemporanee.
Con il contributo di Fondazione Cariplo e di Gemmo spa, partner istituzionale di Viafarini.

Maria Pecchioli, veduta dell'installazione


"Durante la residenza Maria Pecchioli progetta e realizza Plotting the urban body, rilettura della città di Milano a partire dai princìpi della medicina tradizionale cinese, individuando i canali energetici del corpo urbano e i relativi punti (acupoints) di accesso a tali canali. Il progetto, in progress, si è articolato su più livelli: analisi del territorio, elaborazione grafica, performance e incontri fanno tutti parte della restituzione della ricerca. Ora, in occasione dell’Open Atelier, il progetto si declina in una installazione ambientale che, a distanza di un mese dalla conclusione della residenza, sintetizza la complessità del progetto".
Simone Frangi

Vaclav Litvan, veduta dell'installazione


VIR Studio, Foto di Niccolò Morgan Gandolfi 


Foto di Vaclav Litvan


Measuring Permanent Research Program on Inobjectivity (artisti: Alessandro Di Pietro, Pietro Spoto; curatore: Simone Frangi) veduta dell'installazione


Ideatori e prime tre “reclute” del progetto a lungo termine Measuring. Permanent Research Program on Inobjectivity, Alessandro Di Pietro e Pietro Spoto (artisti) e Simone Frangi (curatore) hanno dissodato in tre mesi di attività collettiva un terreno di ricerca comune a molte pratiche contemporanee, che ha il suo nucleo teorico nella nozione di misurazione in-oggettiva.

Prendendo avvio da una questione cruciale del suo statement artistico, Alessandro Di Pietro ha intensamente e metodicamente riflettuto sulla possibilità di formalizzare - fino ad arrivare a prototiparla – un’unità di misura inedita, capace di operare per strategie diverse da quelle proprie alle misurazioni oggettive consolidate, ovvero in grado di registrare l’intensità e la ritmicità di spazi fisici e virtuali. I tre mesi di ricerca in VIR hanno ospitato una fase febbrile d’esercizio e di variazione continua, fatta d’errori ed aggiustamenti progressivi ma sempre governata da un modo di procedere disciplinato, reiterato e, in seconda istanza, speculativo. Portando contemporaneamente avanti - a mo’ di corollario - due ricerche parallele e complementari (rispettivamente dedicate alla riattivazione di frammenti in conformazioni “d’orizzonte” ed all’esplorazione delle superfici attraverso uno scanner mobile), Di Pietro propone un sistema di “esemplari” di una ricerca plastica coerente, meditata ed internamente articolata.

In una sinergia di modalità espressive, supporti e media diversi Pietro Spoto opera da anni nei binari dell’inoggettività, comprendendola come l’impossibilità di verificare le idee e le intuizioni formali nella loro integrità originaria. Gli oggetti di Spoto, seppur visibili, vivono sempre di un’esitazione o di una reticenza, come se fossero carichi di potenzialità trattenute, sempre imminenti e vicine ad una soglia. Essi sono volontariamente dei semplici accetti di formalizzazione segnati da una sottile volontà di non esprimersi: un video a sviluppo progressivo, che diluisce un evento differendo il suo accadere in un gioco di rinvii potenzialmente infiniti; un esperimento di mimetismo animale indotto ed ambiguo, che si riversa a conti fatti in un simulacro o una copia infedele di un modello inesistente. Dilatando in maniera quasi onnivora la fase progettuale, Spoto rettifica con l’indecisione il momento sopravvalutato del decision making, dichiarando un posizionamento critico rispetto alla reclusione dell’arte nelle sue occasioni e nei suoi luoghi ordinari.

Uno degli elementi più significativi dell’attività teorica e curatoriale di Simone Frangi è invece l’attenzione riservata ai processi di negoziazione creativa ed ai formati di dialogo tra artisti e teorici. Le strategie d’esplorazione di questi elementi relazionali si appoggiano spesso su azioni di torsione o spostamento della ricezione di forme artistiche e teoriche in zone insolite o sulla modificazione parziale di alcuni formati abituali della comunicazione scientifica ed accademica. Un programma di tavoli di lavori attivati per convocazione ed autoinvito durante il corso della residenza in VIR ha costituito una rubrica fissa di skill sharing e cross referencing con realtà esterne alla residenza sugli snodi più importanti del progetto Measuring. La struttura di questo dipositivo curatoriale apre alla possibilità di immaginare un nuovo quadro nel quale l’arte si mostra e si dissemina, esplorando un altro modo possibile di rinegoziare lo scarto tra l’esecuzione del lavoro e la sua presentazione. L’attivazione dei calling upon ha prodotto una quantità di materiale documentario sottoforma di tracce, attualmente ricomposte in un “faldone” aperto, non lineare e organizzabile in soluzioni diverse secondo le esigenze della ricerca.

Measuring è un progetto di ricerca trasversale e a lungo termine che cerca di incrociare pensiero filosofico, storia sociale e critica dell’arte, pratiche scientifiche e pratiche artistiche, con l’obiettivo d’articolare attraverso di esse la vasta ed ambigua nozione di misurazione in- oggettiva. Il nucleo di questa esplorazione è consacrato alla questione dello spazio con l’ambizione di comprendere criticamente il grado d’astrazione presente nei tentativi di pensarlo o di misuralo.

La ricerca scaturisce dalla convinzione che le forme del contemporaneo, attraverso la crisi della verità, aprono uno spazio di riflessione sul valore dell’oggettività, sulla complessa misurazione del reale e sullo spazio di traduzione dei dati sensibili come luogo d’errore e di sperimentazione. L’idea d’in-oggettività spinge nella direzione di una vera e propria “soggettivazione” dello spazio fisico la cui misurazione non rileva più semplicemente l’estensione o la profondità, ma anche la sua intensità e la sua densità. Si tratterà dunque di riconsiderare dal punto di vista teorico e pratico quelle nozioni correlate all’estensione spaziale ed alla sua astrazione che governano le scienze esatte, la pratica artistica ed il quotidiano. Measuring è pensato come uno strumento d’intercettazione di pratiche di varia natura che hanno agito e che agiscono contro il consenso dell’omogeneità dello spazio e della sua neutralità.

Measuring@Viafarini-in-residence nasce come la prima ricaduta del progetto, un vero e proprio start up collettivo che cerca di far lavorare sinergicamente due pratiche artistiche (Alessandro di Pietro e Pietro Spoto) ed una pratica teorica (Simone Frangi), direzionandole su assi di ricerca comuni e sulla realizzazione di un progetto editoriale ed espositivo. Il progetto “in residenza” si appoggia allo spazio di Viafarini cercando di configurarlo simultaneamente come luogo di ricerca autonoma e collettiva, luogo d’esercizio e di verifica e luogo d’incontro.

L’attività dei residenti è scandita da un programma di autoformazione, calling upon, messo in atto tramite un sistema ibrido, tra la convocazione e l’autoinvito. I calling upon sono tavoli di lavoro, non frontali ed aperti, in cui ogni partecipante presente al tavolo ha un ruolo attivo. Measuring identificherà ogni volta un piccolo nucleo di base che animerà la discussione e che si allargherà a tutti coloro che vorranno spontaneamente intervenire all’incontro.

Calling upon#1, 19 maggio 2012
Toni Hildebrandt (dottorando in Storia dell’arte presso EIKONES – National Center of Competente in Iconic Criticism - Basilea), Paolo Patella, (architetto e dottorando presso DiAP/Department of Architecture and Planning del Politecnico di Milano), Cecilia Guida, (dottore di ricerca in Comunicazione e Nuovi Media presso IULM - Milano e docente di storia dell’arte all’Accademia delle Belle Arti dell’Aquila)

Calling upon#2 | documenti, archivi, atlanti e traduzioni di dati, 20 giugno 2012
Cristina Baldacci, (dottore di ricerca in Storia dell’Arte Contemporanea all’Università Cà Foscari/IUAV di Venezia), Valerio Borgonuovo, (critico d’arte e curatore), Alice Guareschi e Margherita Morgantin, (artiste), Andrea Pinotti, (docente di Estetica all’Università Statale di Milano e direttore del programma Monument. Nonument. Politique de l'image mémorielle, esthétique de la mémoire matérielle al Collège Internationale de Philosophie - Parigi)

Calling upon#3 | spazio intensivo, densità e strategie cartografiche, 27 giugno 2012
tavolo di lavoro con: Giorgia Lupi, (architetto. PhD candidate al Politecnico di Milano presso Density Design-lab), Claudio Rozzoni, (dottore di Ricerca in “Estetica e Teoria delle Arti” presso l'Università degli Studi di Palermo è attualmente assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Statale di Milano), Marco Tagliafierro, (critico d’arte e curatore), Giovanna Silva, (fotografa)

Calling upon#4 | misurazione, agonismo e resistenza, 12 luglio 2012
tavolo di lavoro con Simone Frangi (curatore), Giorgia Vian (artista e saltatrice con l'asta), Gianni Moretti (artista), Melissa Comin De Candido e Mirco Pontello (Campioni mondiali di pattinaggio artistico a rotelle, specialità danza)

"Il secondo ciclo di VIR Viafarini-in-residence risultò un terremoto, o piuttosto un vulcano: approfittai dell’assenza di Milovan - impegnato a Stromboli con Vulcano Extravaganza- e, innamorandomi, provocai un sommovimento. la fisionomia di Viafarini avrebbe preso ancora una volta una nuova piega, con buona pace di Giulio Verago e Mihovil Markulin che resistettero ai marosi con ilare pazienza.
Era accaduto infatti che al Museo del Novecento, durante le visioni portfolio organizzare da Farronato, si fosse presentato Pietro Spoto, e che lo avessi reincontrato il giorno dopo a Londra: Galeotta fu la TATE e la sua visita: al rientro perorai la causa di Spoto in residenza, peraltro trovando Milovan già in quella convinzione. Pietro propose la candidatura in residenza pure dell’artista Alessandro Di Pietro e del critico Simone Frangi, che finora aveva studiato e insegnato in Francia. Così quell’estate, mentre Milovan scalava il vulcano, la residenza si trasformò in una vivacissima ”Public School”, con lezioni trasversali tra diversi interlocutori di diverse discipline, e lo spazio fu capace di trasformarsi ancora una volta in una fucina di idee e di incontri.
Poi un giorno origliai sul ballatoio che Simone Frangi necessitava dì un’assunzione in Italia per le sue docenze a Grenoble, e gli feci un contratto lì per lì di collaborazione all’Archivio. Da lì a fine anno Simone era il nuovo curatore dell’Archivio."
Patrizia Brusarosco

Nel testo Problems and Projects del 1972, Nelson Goodman afferma che la funzione di un sistema costruttivo non è di ricreare l’esperienza, ma di cartografarla. Un costructional system non è solo un modo di vedere il mondo, ma anche, e soprattutto, di farlo, di costruirlo, mettendo in evidenza le pratiche e le strategie che lo hanno progressivamente composto. Appoggiandosi a questa suggestione, l’apertura delle porte di VIR sfrutta la formula dell’open studio non come l’occasione per formalizzare - una volta per tutte e in maniera definitiva - l’attività dei quattro progetti in residenza, ma come un tentativo di comprendere in che modo essi hanno cercato di “fare sistema”. Constructional system si mostra come una situazione aperta, ancora opaca, in bilico tra il momento espositivo e il laboratorio, in cui le pratiche presentate sono ancora operative e immerse nella ricerca. Aprire lo studio significa a sua volta cercare di rendere cartograficamente e in maniera temporanea lo stato d’avanzamento del lavoro e della produzione che ha popolato il territorio di VIR nell’arco dei mesi di maggio, giugno e luglio cercando di afferrare la vita del luogo e le corrispondenze emerse tra i diversi progetti che si sono trovati a convivere in uno spazio comune. Il mapping proposto nella serata del 12 luglio - oltre a essere schematico, selettivo e condensato - cerca di tradurre in una transitoria immagine d’insieme quella postura cartografica che circola in maniera evidente anche nella struttura e nelle posture delle quattro ricerche messe a confronto. Coerente con l’idea di Goodman che “l’inadeguatezza è intrinseca alla cartografia” - che ne fa il suo punto di forza e la sua qualità maggiore - constructional system nasce volontariamente come un rendering inadeguato di sei sistemi ancora in costruzione.