Intercultura - 2 L'incontro
Modou Gueye durante uno spettacolo-laboratorio
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Quando si incrociarono di li a poco nel piazzale della Fabbrica del Vapore, il figlio di Modou aveva sei mesi, e stava in braccio. Un bellissimo bambino, quasi una bambola, che riusciva a rendere sorridente anche il papà. L’espressione di Modou era di soddisfatto orgoglio, quasi un’esibizione di amore, e lo teneva come si può tenere un tesoro, i capelli ricci del bimbo a contatto con i suoi lunghi capelli rasta. Era il sesto figlio. Ma gli altri erano episodi più lontani nel tempo, ed anche nella geografia delle loro storie. Come Modou amava ripetere con orgoglio, sei figli da sei diverse donne, sei storie a sé, in Africa, in Italia, in città diverse. Questo dunque era l’ultimo, quello che si sarebbe potuto godere. Il vero impegno, la gioia di vederlo crescere. Così quel giorno Modou si lasciò andare a un saluto esuberante, e propose un caffè per la sera. Patty lo vide così contento, era anche lei contenta quel giorno, ed accettò. Il caffè sarebbe stato un appuntamento in un luogo remoto, un altro piazzale in realtà, ma di un complesso urbano nella periferia sud di Milano. Un indirizzo difficile da trovare, ma oggi fanno tutto i navigatori. Quindi il Tomtom portò Patty in un luogo dove c’era un assembramento, parecchi abitanti riuniti a semicerchio. C’era della musica forte, veniva dagli amplificatori ed in mezzo al semicerchio c’era Modou, che “cantava e ballava”, vestito in coloratissimo abito tradizionale senegalese. Raccontava una storia e si rivolgeva alla maggioranza del pubblico costituito da bimbi. Li guardava dritto negli occhi, si chinava a gambe piegate in una posizione abbastanza flessuosa, e raccontava, riuscendo a catalizzare l’attenzione. Ogni tanto cantava, un canto fiero molto ululato. Patty pensava a un caffè e si ritrovò ad una performance di strada. Le piacque, anche se non sapeva che fare, dove dirigersi. Sì mischiò al pubblico ed attese la fine della storia, una storia di migrazione raccontata in prima persona, che poteva essere molto veritiera.

Patty si ricordò allora di un’altra performance in galleria da lei, era passato qualche anno, non aveva ancora sede alla Fabbrica de Vapore, era il 2006. Modou era stato invitato da “InContemporanea la rete dell’arte” ad uno spettacolo nella sua galleria, ed era stato affascinante. Aveva ballato a lungo, con i suoi compagni di spettacolo, anche quando il pubblico se n’era andato, e Patty era stata a guardare, un po’ aspettando di poter chiudere lo spazio, un po’ incantata da tanta energia. Cosa c’era di diverso dalle solite performance che si svolgevano in quello spazio? Perché ora si stava rilassando, cosa c’era di così genuino, vigoroso e vitale in questa musica, in questa danza? In quell’occasione Patty provò sincera ammirazione per la presentazione di sé che Modou le aveva fatto, non si conoscevano, era la prima volta che si incontravano. Modou provò curiosità per la signora dell’entourage culturale milanese che lo aveva accolto nel suo bello spazio. Chissà cosa vide in costei, chissà se fu in grado di vedere attorno, di capire dov’era, di chiedersi cosa facessero quegli artisti concettuali dell‘arte contemporanea che poi avrebbe trovato tanto lontani dal suo mondo. Chissà se si chiese qualcosa di questa donna ben vestita, oppure solo pensò che faceva parte delle persone fortunate, che è utile frequentare. Il lungo monologo che fece, denotando una non comune capacità oratoria, soprattutto per un africano, scandito in perfetto italiano quasi milanese, si riferiva a lui stesso, a ciò che faceva, e probabilmente aveva già ripetuto lo stesso discorso molte volte. Chissà se era mai stato incuriosito a chi aveva di fronte, se aveva ascoltato la storia altrui. Era più probabile che reputasse la propria sicuramente più incisiva, più dura, e quindi più interessante. Quello che stava provando ora, di fronte a questa donna milanese, era curiosità o disprezzo? C’era sicuramente uno schema abituale con cui inquadrava le donne, ed era un cliché di estrema lontananza, nonostante le apparenze. Erano tutte dottoresse, esseri sprezzanti e presuntuosi per cui non provava empatia, esseri pericolosi che non si sforzava di proteggere, esseri che disprezzava tanto quanto conquistava. Patty poteva intuire l’intelligenza e sapienza di chi sa parlare correttamente la lingua dell’altro, ancora non sapeva che la lingua della sua cultura era in realtà molto diversa. Ed eccoci ora in una situazione ancora di spettacolo.

Da quest’estate del 2013 avrebbero preso a frequentarsi e collaborare strettamente, sui progetti di Viafarini con Mascherenere/Sunugal.

In realtà non si conoscevano, nonostante tre anni prima, nel 2010, avessero stretto una partnership per il progetto di Viafarini ExtraDOCVA.


Intercultura - 1 Modou Gueye
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