2014
Intercultura - Capitolo 4 Immigrati che cooperano

Maurizio Cattelan
Rauss, 1991

Finiti i lavori, inaugurato il nuovo spazio, arredato il luogo con sedie di proprietà di Patty, al momento inutilizzate, il giorno in cui lei provò a riaverle indietro, poiché le sembrava che si stessero deteriorando, capì che farsi restituire qualcosa sarebbe stata fatica improba. Però capì anche che c‘era sempre il desiderio di ripagare in qualche maniera: resosi conto dello stato in cui le sedie versavano, Modou fece preparare in Senegal, dalle ragazze della scuola di sartoria, delle ottime fodere in jeans, che si rivelarono molto meglio dei rivestimenti precedenti.

Come un immigrato magari clandestino possa percepirsi in un paese di bianchi, poco accogliente, sempre meno accogliente, è cosa difficile da comprendere, perché porta con sé è un tal grado di amarezza e rabbia, che è inconcepibile. C’è il problema della clandestinità, che crea notevoli disagi; ma c’è soprattutto il problema di essere evidentemente diversi, di pelle e di cultura, e di essere orgogliosi di tale differenza. Sembra che sia umile, quel sorriso con cui Modou guarda gli altri, in realtà è diffidente quanto quello dei suoi conpaesani. Sono un clan, vivono in clan, da quando agli inizi degli anni ‘90 iniziarono ad arrivare in Italia, e a vendere accendini sulle spiagge, il caso volle che Patty si fosse occupata di loro, schierandoli in un museo attorno ad un lungo calcetto Balilla contro una squadra di altrettanti italiani, in un’opera di Maurizio Cattelan.

Maurizio Cattelan
Stand abusivo a Bologna Arte Fiera, 1991

Era a Bologna, in Emilia-Romagna, la patria dei primi arrivi dall’Africa, ed era il 1991, ed erano tutti clandestini, conoscenti di Modou, piccole storie che anticipavano quello che sarebbe diventato il grande problema della immigrazione. Storie fatte di camere condivise, spiagge, sorrisi, dignità, umiliazioni, e rabbia repressa per non vedere realizzati i propri sogni di calciatore. Poche parole, pochi guadagni mandati in Africa, ai parenti che li avevano spediti a fare fortuna a nome del clan. Le umiliazioni non venivano riportate, spesso covavano nelle loro persone. Modou riconobbe tutti, nella foto del calcetto degli anni ‘90, in casa di Patty. 25 anni dopo le storie si rincontravano, l’arte e l’intercultura.

Maurizio Cattelan
Stadium, 1991
GAM - Galleria d'Arte Moderna di Bologna

L’artista clandestino, l’esclusa, il diverso, la rappresentazione evidente di una differenza. Cos’erano questi uomini, vittime eroiche, icone influenti o parvenu? Dove l’arte era quella di arrangiarsi e ogni mezzo era legittimo per sopravvivere. C’era o meno, in quegli africani immigrati, la consapevolezza di dover emulare un modello, quest’arte veniva imparata? Come potevano sopportare un destino individuale così infelice e le offese quotidiane? Forse proprio per questo ogni umiliazione veniva riassorbita dal clan, che proteggeva grazie a un atteggiamento sospettoso verso gli estranei; che offriva un senso di appartenenza, grazie alla enfasi messa sul gruppo, e che offriva una guida, grazie al culto della loro fede in una mitologia costruita sulle loro storie personali. Ma forse questa impressione è solo un modo per dire che era una Associazione che operava sulla base di una adesione incondizionata a ciò che il fondatore affermava e in cui credeva. L’immagine dell’Associazione coincideva con l’immagine di Modou, con la sua combinazione di energia, ambizione, furbizia, intelligenza, vulnerabilità. Lo status di divo, attrazione principale delle serate. Coloro che lo salutavano manifestavano allegria, sufficienza, ottimistico entusiasmo, ammirazione, malcelata sfiducia, tutto insieme. L’infatuazione che coglieva chi lo frequentava ben presto si sarebbe trasformata in delusione, perché ad ogni costo Modou sarebbe rimasto chiuso nel suo isolamento emotivo. D‘ora in poi Patty sarebbe stata accolta dal clan con un’ostilità a stento dissimulata, forse avvertendo che non condivideva del tutto la loro fede nel guru, che non era una di loro. Patty percepiva sempre, nonostante gli sforzi che faceva per comprenderli, una distanza quasi imbarazzante. Quel senso di fratellanza, che il clan ostentava così visibilmente, quella protezione incondizionata che riportava a dei gesti solidali nei confronti degli appartenenti alla confraternita, non si estendevano mai fino a lei. Era come se le fosse preclusa l’amicizia, nonostante fosse la loro benefattrice, nonostante da lei ormai dipendessero le loro attività quotidiane, perché le finanziava. Non erano in grado di manifestare riconoscenza, questo sentimento sembrava loro orribile, servile. Quindi nemmeno sapevano riconoscere con oggettività il bene che veniva loro regalato, e di conseguenza non sapevano proteggerlo, preservarlo. Il sorriso benevolo era in realtà un sorriso di sfida, dove quello che viene preso non deve essere restituito.

 

 

Fabbrica del Vapore: due giornate di incontri, riflessioni, laboratori e performance artistiche dedicate al Burkina Faso e al continente africano, 17 e 18 Febbraio 2017

Modou parla di emigrazione, volontariato e sviluppo nel Sud del mondo con IPSIA
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